Un caso editoriale: il quotidiano che è rimasto sempre se stesso

>Un caso editoriale: il quotidiano che è rimasto sempre se stesso

I viaggi di Gulliver/2

Lasciate perdere il Guardian o il Frankfurter Allemagne. Se volete scoprire il giornalismo cartaceo che resiste all’emorragia provocata dal digitale ne troverete il segreto custodito a Portalegre, nell’Alto Alentejo,

la regione portoghese prossima al confine con la Spagna. E in verità di segreto nemmeno più si tratta, dato che questo caso editoriale tiene banco nei master di giornalismo, alla Columbia School come all’Università di Glasgow, e la città è ormai meta fissa di un pellegrinaggio culturale che va ben oltre il convento di San Bernardo, la cattedrale barocca o il Museo della Tappezzeria.

Sì, è a Portalegre che si stampa La cronica de amanha, il solo quotidiano al mondo che incrementa ogni anno il numero di copie vendute, con una media attuale di 30.000 copie giornaliere. Potrebbero sembrare numeri insignificanti a chi ignora che Portalegre conta 25.000 abitanti e che il giornale si occupa esclusivamente dei fatti locali, con una moderata estensione al distretto della regione: complessivamente un pubblico potenziale di 40.000 persone. Sarebbe come se in Italia si vendessero 30 milioni di copie di Repubblica o del Corriere della Sera.

 

La Cronica ha una storia antica. Fu fondata nel 1886, ebbe problemi con il regime di Salazar, vivacchiò nei primi anni ’90. Poi nel 1996 (l’anno in cui il New York Times lanciò la sua prima edizione in Rete) la fulminante intuizione.

“La gente è satura di stimoli, non ha il tempo per stare dietro ogni cosa, Di questo oggi ci rendiamo conto ormai perfettamente, ma anni fa la cosa non era ancora così chiara” mi dice Luis Prete Coelho, il direttore del quotidiano, che piega la bocca di lato come il ritratto di Fernando Pessoa che campeggia in serigrafia alle sue spalle. “Una sera, era febbraio 1996, ero in vacanza a New York, e ne approfittai per vedere Cats a Broadway. Ne fui entusiasta e la sera successiva ero di nuovo seduto sulle poltroncine del Winter Garden. Con stupore constatai che almeno un terzo degli spettatori erano gli stessi. Cats, lo sapete, è uno spettacolo che andò avanti 21 anni, facendo sempre il pieno, come La cantatrice calva al Teatro Huchette di Parigi o The woman in black al Fortune Theatre di Londra. Cominciai a tremare per l’emozione, abbandonai lo spettacolo e mi precipitai a telefonare ai miei amici della redazione. Non era affatto un momento buono per la Cronica. Galleggiavamo intorno alle duemila copie, e avvertivamo il disinteresse della popolazione più giovane. Ma quella sera, lì, in una cabina telefonica di Broadway, stavo urlando ai miei compagni che avevo capito some salvare la baracca”.

 

In effetti il 7 aprile del 1996 una sorpresa attendeva i lettori della Cronica de Amanha: il quotidiano era perfettamente identico a quello del 6 aprile. Le stesse notizie nello stesso rilievo, i medesimi commenti, l’identica impaginazione sotto gli identici titoli. “Furono parecchi a tornare dagli edicolanti.” Sebastiao Acuna, con i suoi 79 anni il redattore più anziano della Cronica, ride nel rammentare il giorno della svolta “Ehi senil (n.d.r. rimbambito, in portoghese) mi hai dato La Cronica di ieri. Niente affatto, ribattevano gli edicolanti. Intanto, scherzavano, al massimo sarebbe quella di domani (Amanha in portoghese vuol dire domani) ma poi leggi la data. Sì, a cambiare era solo la data. Il giornale era apparentemente il medesimo del 6 aprile ma con la data del 7 aprile 1996”.

Siamo dunque arrivati al nodo. Da 23 anni, senza saltare un giorno, la Cronica esce senza alcuna variazione. “Già quel 7 aprile molti lettori, superata la perplessità iniziale, si resero conto che nel leggere il giornale del 6 avevano saltato qualche articolo, ed era l’occasione di recuperarlo. Le teste più fini, poi, constatarono come la stessa notizia, in un giorno differente, assumesse emotivamente un colore diverso” spiega Exalaeta “Noi stessi, pur speranzosi, rimanemmo stupiti della risposta entusiasta del pubblico. Dopo un mese cominciò addirittura ad aumentare il ritmo degli abbonamenti. Ripeto: oggi possiamo vedere più chiaramente che cosa stava affascinando le persone. Cercavano un senso di stabilità, a fronte di quella mutevolezza emotivamente insostenibile che Internet cominciava a diffondere. Tutti saprete che un solo supplemento domenicale del Financial Times contiene più informazioni di quelle che poteva apprendere, in un’intera esistenza, un illuminista del Settecento. È eccitante, d’accordo, ma ti fa sentire sconfitto in partenza: non puoi veramente assimilare tutto quel materiale, e la domenica dopo ne dovresti aggiungere altro. La verità è che i giornali, con quel bombardamento di notizie, dopo un po’ cominciano a fare concorrenza a se stessi. Uno si dice che tanto non ha tempo di leggere, e per le informazioni essenziali butta un occhio alle testate on line, o riceve gli aggiornamenti di Facebook. Il lettore della Cronica viene mantenuto lontano da questo stato di angoscia. Può conservare la piacevole abitudine di acquistare il quotidiano al mattino, continuare a gustare il piacere del controllo sul suo ambiente che la fluidità digitale gli sottrae. Sono due esigenze diverse. I nostri lettori non adoperano Internet meno degli altri. Ma una volta sballottati dai cambiamenti che si susseguono e si annullano l’un l’altro negli aggiornamenti ogni tre minuti, possono abbandonarsi al sereno tran-tran degli eventi che paiono ripetersi, e approfondirli secondo nuove chiavi di lettura”.

 

“Non nego che l’idea in sé sia buona “così introduce la sua opinione la sociologa dei media Vera Kzuzets, che dall’Estonia è venuta nel 2006 a studiare il caso della Cronica e poi ha deciso di rimanere a vivere nell’Alentejo, ovviamente senza mai rinunciare alla sua copia mattutina della Cronica de Amanha. “Ma avrebbe stancato se non fosse sopraggiunto un elemento ulteriore. Ben presto la gente ha sentito il dovere di corrispondere alle notizie. Benché in un modo atipico, la Cronica, prima che un modello di giornalismo, sarebbe diventata un antesignano della fake news se i suoi lettori non avessero avvertito l’urgenza morale di rendere quelle notizie vere reiterando nei limiti del possibile i propri comportamenti. E così ecco che gli sposi si ripresentano a celebrare ogni giorno la loro cerimonia, che il ladruncolo torna a intrufolarsi nell’appartamento della zitella che gli oppone con perfetto sincronismo lo stesso grido d’allarme, che il municipio aumenta tutti i giorni la tassa sui rifiuti (che ovviamente siccome è elevata sempre allo stesso importo rimane uguale), che l’uomo appena sveglio si accinge diligentemente a mordere il suo cane, che la tegola in Avenida de Quintal si stacca puntuale a colpire sulla nuca l’impiegato della banca che sta rientrando a casa”.

 

A Portalegre, in fondo, hanno scoperto il classico uovo di Colombo e tratto le conseguenze più coerenti dalla tesi che i giornali debbano incidere sul modo in cui le persone agiscono. Ormai è difficile, e tutto sommato inutile, dire se venga prima la notizia o il fatto che la notizia riporta. Ma, domando a una lettrice che sta avidamente leggendo la sua copia e involontariamente ungendola della gratinatura del bacalhau che sta consumando a un tavolo del Cafe Dourado: “Mi scusi, ma con il passare degli anni ci sarà pure qualcuno che è morto. Non le sembra discutibile che un quotidiano lo spacci come ancora in vita, pur di non modificare di un rigo il suo contenuto?”. La signora mi sorride ammiccante: “Sarà ben peggio che le persone dimentichino i vivi in casa per qualche mese piuttosto che i giornali dimentichino i morti sulle pagine per qualche anno, cosa ne dice?”.

 

Sono seduto alla biblioteca di Portalegre, sezione emeroteca (la raccolta di giornali) in Rua de Elvas. Non ho resistito alla tentazione di dare, prima della partenza, uno sguardo alla collezione della Cronica per verificare che davvero ciascun numero sia ossequiosamente fedele a quelli che lo hanno preceduto. Comincio dall’ultimo, quello di ieri, appena inserito nella rilegatura provvisoria. Mi scuote subito una foto nella quale guizza il ritratto di Fernando Pessoa, e quasi annebbia le due persone che lo sopravanzano. Scorro ansiosamente all’indietro il volume, sino al 7 aprile 1996, e solo in quel momento trovo la forza di fissare lo sguardo sulle immagini dei due uomini che in parte coprono il ritratto di Pessoa e cado, sino a precipitare, sul titolo: “Remo Bassetti intervista il nostro direttore”.

Di | 15 Febbraio 2019|11, Lo Storiopata|

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